Dispatches è un bollettino quindicinale dell'Ufficio Internazionale del JRS inviato via e-mail, che pubblica notizie riguardanti i rifugiati, comunicati stampa, articoli di approfondimento e aggiornamenti sui progetti in corso inviati dal nostro personale sul campo.


  Internazionale: nonostante i progressi compiuti alla conferenza sulle mine terrestri, il numero delle vittime è in aumento

 
Alcuni membri riuniti per la sessione plenaria dell'undicesimo incontro degli stati parte del Trattato per la messa al bando delle mine terrestri, Phnom Penh, Cambogia (Stéphane De Greef/Landmine and Cluster Munition Monitor)

 
Solo quando tutti gli abitanti delle zone infestate dalle mine potranno vivere con dignità e senza essere costantemente a rischio, quando nessuno produrrà più né utilizzerà nuove mine avremo veramente vinto la nostra battaglia, ha detto Song Kosal, sopravvissuto alle mine e ambasciatore della gioventù della Campagna internazionale per la messa al bando delle mine antiuomo  

Phnom Penh, 9 dicembre 2011 – Malgrado i positivi impegni assunti in occasione dell'undicesimo incontro degli stati parte del Trattato per la messa al bando delle mine terrestri, il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati ha espresso la propria inquietudine per le preoccupanti battute di arresto nella sua effettiva attuazione e le sempre più numerose vittime di incidenti dovuti alle mine.

"Nel 1997 siamo riusciti a concretizzare un Trattato, ma solo quando tutti gli abitanti delle zone infestate dalle mine potranno vivere con dignità e senza essere costantemente a rischio, quando nessuno produrrà più né utilizzerà nuove mine avremo veramente vinto la nostra battaglia", ha detto Song Kosal, sopravvissuto alle mine e ambasciatore della gioventù della Campagna internazionale per la messa al bando delle mine antiuomo (ICBL).

In Cambogia, dove migliaia di persone vivono sotto la continua minaccia delle mine terrestri, la sconvolgente realtà del pericolo che esse ancora rappresentano è fin troppo evidente. Proprio ieri, sei persone sono rimaste ferite nella provincia cambogiana di Pursat, quando il camion su cui viaggiavano ne ha innescata una. Mentre questa conferenza era in corso, tre diversi incidenti verificatisi in Bosnia hanno mietuto tre vittime e ferito altre sei persone. E non si tratta di incidenti isolati: in tutto il mondo le mine fanno vittime e feriti ogni settimana. I morti sono 4.000 all'anno, e nei paesi maggiormente interessati dal fenomeno l'assistenza e i servizi ai sopravvissuti sono insufficienti e di difficile accesso.

"Questa settimana abbiamo ricevuto notizie incoraggianti da alcuni stati su ciò che stanno facendo per bonificare le aree contaminate, distruggere le scorte e fornire migliore assistenza alle vittime. Ma non è abbastanza: per completare la missione, è necessario che i governi si impegnino a lavorare di più di concerto con la società civile", ha detto Kasia Derlicka, direttore della ICBL.

Tra rappresentanze di governi, organizzazioni internazionali, della società civile e sopravvissuti provenienti dalla Cambogia e da tutto il mondo, all'incontro svoltosi a Phnom Penh questa settimana si contavano un centinaio di presenze. E, oltre agli stati parte della convenzione, erano rapresentati alla conferenza anche altri 15 paesi, tra cui Birmania e Stati Uniti.

Progressi e battute di arresto. La ICBL ha accolto con favore l'annuncio fatto dal Burundi secondo cui il paese è dichiarato ormai libero dalle mine. Lo stato africano ha infatti portato a compimento l'opera di bonifica in anticipo rispetto alla data stabilita (aprile 2014), portando così a 19 il numero dei paesi liberi dalle mine. Altra notizia è quella relativa alla Turchia, che ha reso noto di aver completato nel giugno di quest'anno la distruzione delle proprie scorte pari a quasi tre milioni di mine.

Tuttavia, a conferenza conclusa, il JRS continua a essere preoccupato per molte questioni di rilevante importanza, tra cui l'utilizzo continuato di mine terrestri da parte di Birmania e Israele, e il fatto che solo una manciata di stati porteranno a termine le operazioni di bonifica entro i termini previsti - sono infatti 27 i paesi cui è stato concesso di estenderli.

A ciò si aggiunge il fatto che sono sempre maggiori le prove di una possibile contaminazione da mine terrestri in Germania, Ungheria, Mali e Niger, tutti stati parte i cui termini di bonifica sono già scaduti.
 Adottato nel 1997, il Trattato per la messa al bando delle mine è entrato in vigore il 1° marzo 1999, e vieta del tutto l'utilizzo di qualsiasi tipo di mina terrestre antiuomo, esige la distruzione degli arsenali in quattro anni e quella delle munizioni già posizionate a terra in dieci anni, e chiede ampi programmi di assistenza alle vittime delle mine.

Per informazioni dettagliate sul problema globale delle mine terrestri, visitate il sito web del Landmine Monitor  www.the-monitor.org




Malta: il tribunale decreta che il rientro forzato dei somali costituisce violazione dei diritti umani

 
Immigrati irregolari africani in un pullman della polizia fuori dal tribunale de La Valletta il 17 agosto 2011, (Reuters/Darrin Zammit Lupi)

 
Visto cosa attende chi viene rimpatriato, dobbiamo essere oltremodo sicuri che ciò non accada di nuovo, ha detto la dott.ssa Katrine Camilleri, direttrice del JRS Malta.  

Valletta, 5 dicembre 2011 – Il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (JRS) Malta accoglie con favore l'innovativa sentenza relativa al caso di due cittadini somali rimpatriati forzatamente in Libia nel 2004.

Il 29 novembre, il tribunale ha decretato che la decisione del governo di far rientrare forzatamente in Libia Abdul Hakim Hassan Abdulle e Kasim Ibrahim Nur ha di fatto violato i loro diritti umani. Dopo essere stati espulsi senza che fosse loro concesso di fare richiesta di asilo, sono stati imprigionati in condizioni deplorevoli, sottoposti a tortura, abbandonati al confine con il deserto e lasciati lì a morire.

"Questa sentenza è importante nella misura in cui mette in evidenza come i governi non possano inviare così le persone in paesi in cui sussiste il rischio reale che possano affrontare gravi sofferenze, e sperare di farla franca sostenendo che non erano a conoscenza dei pericoli, peraltro ben documentati da organizzazioni internazionali credibili" ha affermato la dott.ssa Katrine Camilleri, direttrice del JRS Malta.

"In un mondo in cui i governi stanno facendo ricorso a misure di controllo dei confini sempre più aggressive, come il respingimento in paesi noti per lo scarsissimo rispetto dei diritti umani, il significato di questa sentenza non può essere sottovalutato".

Come sottolinea il tribunale, chiunque entri legalmente o illegalmente nel paese deve essere protetto da trattamenti crudeli, inumani e degradanti, semplicemente perché è un essere umano i cui diritti fondamentali non possono essere negati.

La sentenza pone in evidenza gli inimmaginabili orrori sopportati da Abdul Hakim e Kasim in Libia perché è stato disatteso questo principio di base, e ci ricorda che si trattava solo di due delle sei persone espulse da Malta: gli altri hanno perso la vita.

Questo caso desta particolare preoccupazione dal momento che i richiedenti asilo coinvolti, giunti a Malta erano stati rimandati in Libia senza che fosse stato loro concesso di presentare domanda di asilo.

"Visto cosa attende chi viene rimpatriato, dobbiamo essere oltremodo sicuri che ciò non accada di nuovo", ha detto la dott.ssa Camilleri.

Attualmente è più difficile che richiedenti asilo giunti a Malta siano espulsi senza che venga loro concesso di inoltrare richiesta di asilo: dal 2009 le procedure sono infatti migliorate. Tuttavia, con il rovesciamento di Gheddafi e il termine del conflitto in Libia, c'è il rischio che i paesi vicini come Malta e l'Italia provino a stipulare degli accordi con il nuovo governo per rimpatriare i migranti partiti dalla Libia.

"Nonostante la situazione possa subire mutamenti, la sicurezza dei migranti e dei richiedenti asilo è ancora ben lontana dall'essere garantita. Malta deve impegnarsi a che nessuno possa essere rimandato in paesi in cui non sia possibile ottenere protezione e sussista il rischio di gravi violazioni dei diritti umani", ha soggiunto la Camilleri.

Per ulteriori informazioni, contattare:
JRS Malta 
Direttore, 
Katrine Camilleri: +356 7985 8099

Internazionale: rapporto del JRS pone in evidenza come la politica avversi sistematicamente l'arrivo di rifugiati

 
Richiedente asilo proveniente dall'Ucraina guarda fuori attraverso le sbarre del centro di detenzione di Medvedov, Slovacchia. (ACNUR)

 
A sessant'anni dall'adozione formale della Convenzione delle NU sui rifugiati del 1951, molti governi continuano a inventare nuove scuse a giustificazione della chiusura delle proprie frontiere ai richiedenti asilo, anziché lavorare per trovare soluzioni durevoli al trasferimento forzato, ha dichiarato il Direttore Internazionale del JRS, Peter Balleis SJ.  

Giornata internazionale dei diritti umani

Comunicato stampa
 
Una pratica sempre più in uso in tutto il mondo

Roma, 7 dicembre 2011 – Nel suo ultimo rapporto, Safe and Secure: How do Refugees Experience Europe's Borders?, il JRS trova ampia evidenza di come i governi ostacolino attivamente l'arrivo di rifugiati. Gli uffici sul campo del JRS confermano che l'esistenza di queste pratiche deplorevoli non si limita all'Europa, anzi si sta facendo rapidamente norma in tutta l'Asia e l'Africa.

In occasione della commemorazione mondiale, il 10 dicembre, di quell'incisivo documento che è la Dichiarazione universale dei diritti umani, il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati esorta gli stati a:
  • provvedere con prontezza a tutti i migranti e rifugiati che si trovano in pericolo in mare e offrire a tutti coloro che sono presi in custodia, compreso alle frontiere terrestri, accesso alle procedure intese a determinare se necessitino di protezione internazionale; e
  • porre fine alla pratica del trasferimento forzato dei migranti in paesi terzi dove i loro diritti umani non possono essere efficacemente protetti.

"A sessant'anni dall'adozione formale della Convenzione delle NU sui rifugiati del 1951, molti governi continuano a inventare nuove scuse a giustificazione della chiusura delle proprie frontiere ai richiedenti asilo, anziché lavorare per trovare soluzioni durevoli al trasferimento forzato. Questo approccio conduce a una tremenda sofferenza umana, ignorando al contempo l'obbligo universale alla protezione dei diritti umani fondamentali dei migranti forzati", ha dichiarato il Direttore Internazionale del JRS, Peter Balleis SJ.

L'esperienza di un rifugiato eritreo, riferita in questo rapporto, è fin troppo familiare. L'imbarcazione sulla quale stava fuggendo è stata intercettata da autorità di stato greche che hanno confiscato il mezzo abbandonandone gli occupanti. Se lui è stato poi tratto in salvo da alcuni pescatori, non va dimenticato che dal 1994 a oggi sono più di 15.000 le persone che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere la salvezza in Europa. E un numero incalcolabile si pone a rischio di altre gravi violazioni dei diritti umani, come hanno dimostrato i recenti eventi in Libia.

Anche coloro che riescono ad arrivare in Europa non possono ritenersi al sicuro. La ricerca dimostra che la politica UE che prevede il respingimento dei richiedenti asilo nello stato membro di primo ingresso non tiene conto degli ampi margini di variazione nelle pratiche nazionali di asilo in termini di qualità, accesso e salvaguardie. Di conseguenza, molti rifugiati rischiano arbitri, e possono essere rimpatriati, direttamente o indirettamente, nei loro paesi di origine – in violazione della legge internazionale sui rifugiati e i diritti umani

Numerosi stati nella regione dell'Asia del Pacifico pongono regolarmente in essere pratiche illegali che negano accesso ai propri territori ai migranti con la forza ed espellono quelli in arrivo senza tener conto delle loro richieste di asilo. Le autorità thailandesi impediscono con la forza l'approdo ai richiedenti asilo Rohingya. Cambogia, Malaysia e Thailandia hanno respinto in Cina tutti i richiedenti asilo di etnia Uighur prima che le loro richieste di asilo potessero essere esaminate; e l'Australia ha provato di recente a rimandare in Malaysia chi è giunto via mare. Sebbene al momento questa politica sia stata abbandonata, rappresenta comunque una crescente tendenza esclusionista.

Negli ultimi anni, numerosi paesi africani – che continuano a farsi carico di un onere superiore in fatto di rifugiati di quanto facciano i paesi sviluppati – hanno cercato di impedire che un maggior numero di sfollati attraversasse le loro frontiere. Il Kenya, per esempio, ha ripetutamente chiuso i propri confini con la Somalia ai rifugiati in fuga dal conflitto, costringendoli a carcerazioni arbitrarie, violenze fisiche e violazioni dei diritti umani, tra cui espulsioni forzate.

Angola e Sudafrica impediscono arbitrariamente ai rifugiati che hanno attraversato un paese di transito come la Repubblica Democratica del Congo, il Mozambico e lo Zimbabwe, di entrare nei propri territori, sostenendo che avrebbero potuto fare richiesta di asilo in quei paesi. Purtroppo, come rilevato di recente in uno studio della ONG Lawyers for Human Rights, in quegli stessi paesi non esistono meccanismi di protezione, per cui i rifugiati sono esposti a un elevato rischio di persecuzione e sfruttamento.

"Chiediamo agli stati europei e ad altri paesi industrializzati di aiutare quelli in via di sviluppo che ospitano un numero sproporzionato di migranti con la forza. Ciò potrebbe essere realizzato, almeno in parte, reinsediando un maggior numero di rifugiati nelle nazioni più ricche e allocando una quantità più ingente di risorse tecniche e finanziarie presso i paesi ospitanti più poveri" ha soggiunto p. Balleis.

Note

Questo rapporto del JRS evidenzia le difficoltà che i richiedenti asilo affrontano nell'accedere alla protezione in territorio europeo. Le politiche UE che avversano la protezione dei rifugiati in favore di un controllo frontaliero più energico, sono un fattore chiave. Gli accordi di riammissione con i paesi confinanti consentono agli stati UE di rimandare i migranti nei loro paesi con scarse garanzie di protezione, come l'Ucraina.

Il rapporto comprende contribuiti di:

  • due rifugiati: il primo, Sayeed Mujadadi, somalo, racconta i tentativi falliti di trovare protezione in Belgio e le ripetute detenzioni in strutture ungheresi; e la seconda, Hakima Marina, afghana, riferisce con precisione lo sconvolgente viaggio compiuto con la famiglia dall'Afghanistan e la loro detenzione in Ucraina.
  • due autori ospiti, Guy Goodwin Gill, accademico di fama studioso del fenomeno dei rifugiati, che sostiene come le politiche UE  contravvengano alla fondamentale legge globale di protezione dei rifugiati; e l'arcivescovo Agostino Marchetto, in rappresentanza del Vaticano, che definisce la protezione dei rifugiati un principio cristiano fondamentale ed esorta gli stati a cooperare per il loro bene.

Il rapporto sarà reso pubblico l'8 dicembre in occasione di un evento che avrà luogo a Bruxelles. Tra i relatori:

  • Guy Goodwin Gill;
  • Arcivescovo Marchetto;
  • Europarlamentare Barbara Lochbihler (Germania/Verdi); e
  • Andrea Vonkeman dell'Ufficio europeo dell'Agenzia delle NU per i rifugiati (UNHCR).
  • Tre rifugiati presenteranno le loro testimonianze.

Il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati è un'organizzazione cattolica internazionale, attiva in più di 50 paesi, la cui missione è accompagnare, servire e difendere i diritti dei rifugiati e degli sfollati. Lavorano per l'organizzazione 1.200 persone: laici, gesuiti e religiosi di altre congregazioni che operano per far fronte a necessità educative, sanitarie, sociali e di altro genere di 500.000 rifugiati e IDP, di cui più della metà donne. I servizi sono forniti senza distinzioni di razza, origine etnica o credo religioso. I 14 uffici del JRS in Europa erogano servizi diretti ai migranti forzati e alle loro famiglie, compresi aiuti materiali, alimentari o abitativi, assistenza legale e sostegno sociale.

Per ulteriori informazioni contattare
James Stapleton,
Coordinatore della comunicazione
Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (Ufficio Internazionale)
Tel: +39-06 68977468; +39 346 234 3841
Email: international.press@jrs.net; www.jrs.net

Phillip Amaral
Responsabile per la comunicazione e l'advocacy
JRS Europa
Tel: +32 2 250 3223; +32 485 173 766
Email: europe.advocacy@jrs.net; www.jrseurope.org



Etiopia: visita a sfondo educativo e ricreativo rinnova la speranza

 
Rifugiati condividono il pranzo con le donne del Desta Mender, centro di riabilitazione per donne affette da fistula post partum, Addis Abeba, Etiopia (Thomas Assefa/JRS)

 
Le vittime della fistula si sentono ferite, respinte, indegne e incomprese, ma attraverso esercizi di guarigione ben gestiti e sostegno cominciano a capire di non essere tanto diverse dagli altri e a sentirsi produttive e meritevoli, ha raccontato la direttrice del Desta Mender, Beletshachew Tadesse.  

Addis Abeba, 16 dicembre 2011 – Tutto porta a ritenere che informazione e cure mediche adeguate possano ridurre drasticamente il numero delle donne affette da fistula. È quanto più di 100 studenti e studentesse del JRS Refugee Community Centre (RCC) di Addis Abeba hanno appreso nel corso di una recente visita compiuta presso un centro di riabilitazione per donne situato alla periferia della capitale etiope.

La visita educativa al centro per donne affette da lesioni dovute al parto, gestito dall'istituzione benefica del Regno Unito Hamlin Fistula UK, ha cercato di istruire e informare i rifugiati sul tema della fistula e dimostrare al contempo l'esito positivo della formazione e del sostegno che vengono offerti al Desta Mender (villaggio della gioia).

"Visite come queste aiutano anche a soddisfare il bisogno di rapporti interpersonali, affetto e attenzione in chi ha sofferto per gli effetti della persecuzione, dell'emarginazione e del rifiuto. Cerchiamo di fornire alle rifugiate lo stimolo a raggiungere i propri obiettivi e rinnovare la fiducia in un futuro positivo" ha spiegato il direttore del Progetto RCC del JRS, Mulugeta W Eyesus.

La fistula è una lesione grave, ma curabile, che si verifica spesso nel corso del parto. Molte donne dei paesi in via di sviluppo non hanno accesso a cure mediche appropriate e, se non curata, la fistula può provocare incontinenza, infezioni e ulcerazioni. Le donne purtroppo ne soffrono spesso in silenzio per paura e a causa dello stigma sociale associato a questa condizione.

"Le vittime della fistula si sentono ferite, respinte, indegne e incomprese, ma attraverso esercizi di guarigione ben gestiti e sostegno cominciano a capire di non essere tanto diverse dagli altri e a sentirsi produttive e meritevoli", ha raccontato la direttrice del Desta Mender, Beletshachew Tadesse.

Al Desta Mender, viene mostrato alle donne come gestire la propria situazione medica e viene loro offerta assistenza psicologica che le aiuti a superare il sentimento di vergogna. Le ospiti hanno inoltre l'opportunità di allargare le proprie competenze attraverso attività di alfabetizzazione, agricoltura e allevamento che in futuro le aiutino a vivere autonomamente.

Educazione che cambia la vita. Al Desta Mender, la giornata ha avuto inizio con un incontro introduttivo tenuto dalla Tadesse, che ha illustrato la struttura del centro ed evidenziato le origini della fistula e di altre problematiche ad essa associate. Nonostante i debilitanti effetti che derivano da questa condizione, i rifugiati hanno potuto constatare come grazie alle attività di sostegno e di counselling le donne affette da fistula siano riuscite a riconquistare sicurezza e a riprendere il controllo della propria esistenza.

Nel corso di una lezione sul maltrattamento fisico e psicologico delle donne, tra cui l'impatto della violenza sessuale all'interno del matrimonio, Eljona Sadiku, funzionario dei Servizi alla comunità dell'agenzia per i rifugiati delle NU (UNHCR), ha spiegato ai rifugiati come anche la violenza sessuale di genere (SGBV) possa provocare la fistula. Consapevole della delicatezza del tema, la Sadiku ha raccontato che molte donne rifugiate che cercano la protezione dell'UNHCR hanno subito ripetutamente violenza da parte dei mariti.

Più avanti nella giornata, al gruppo è stato offerto un pranzo a base di prodotti organici dell'orto e della fattoria, preparato dalle donne del programma di riabilitazione del Desta Mender. È stato per tutti evidente come gli sforzi compiuti dal centro per ridare nuova speranza alle donne affette da fistula, offrendo loro un posto dove apprendere e crescere, le stia davvero aiutando a sentirsi degne e parte di una più vasta comunità.

"Oggi ho dimenticato tante preoccupazioni e il peso familiare che ho sopportato senza volerlo. Almeno per ora sono guarita", ha detto una rifugiata congolese, Nadia Said, parlando dopo aver riflettuto un momento sulla propria esperienza.

Istituito nel 1996, l'RCC è un progetto congiunto dell'UNHCR, il governo etiope e il JRS. Unico centro nel suo genere ad Addis Abeba, l'RCC offre sostegno emotivo e assistenza psicologica alle vittime di traumi; corsi professionali, di informatica e di lingue; uno spazio accogliente per socializzare con familiari e amici".

Ruanda: viaggio nello spazio via Skype per i bambini nei campi rifugiati

 
Skype e altre tecnologie web ultilizzate in molte scuole occidentali non fanno pare della quotidiana a Kibuye, Ruanda (Peter Balleis SJ/JRS)

 
L'esperimento è andato molto bene e, in futuro, speriamo di avere le risorse economiche necessarie per poterlo ripetere, visto che una lezione del genere ha dei costi importanti, dice ancora la direttrice di JRS Ruanda.  

Kibuye, 15 dicembre 2011 – Nel campo profughi di Kiziba, il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (JRS) organizza lezioni di scienze e matematica assai particolari. E gli studenti, per la prima volta, imparano a usare Skype in collegamento video con gli USA.

Per un giorno, hanno dimenticato di vivere in un campo di rifugiati e si sono trasformati in veri e propri astronauti in viaggio nello spazio attraverso il sole, la luna, le stelle e i pianeti. Sono gli studenti della scuola media di Kiziba, un campo di rifugiati nell'ovest del Ruanda, ai quali, nell'ambito di un progetto del JRS è stata data la possibilità di cimentarsi con la matematica e le scienze in modo creativo e divertente, utilizzando quelle tecnologie che per i loro coetanei occidentali fanno parte della vita quotidiana.

Una lezione…stellare. Al posto della solita lezione a base di numeri, diagrammi e rappresentazioni del sistema solare disegnate alla lavagna, per i 18 alunni rifugiati, infatti, i banchi di scuola sono diventati le postazioni di una navicella spaziale, mentre al posto del solito professore c'era un'insegnante della Wheeling Jesuit University 2 della West Virginia vestito da astronauta, in collegamento video via Skype dall'altra parte del mondo.

Imparare divertendosi. Scopo della lezione/missione, per i ragazzi, era quello di aiutare il loro capo astronauta americano a salvare i suoi compagni i quali, a bordo delle loro navicelle, si erano dispersi nei meandri dello spazio. Per far ciò, i giovani rifugiati, dalla loro aula sabbiosa nel campo di Kiziba, dovevano risolvere dei quesiti a base di nozioni di scienze e matematica.

"I ragazzi erano a dir poco entusiasti. Si sono divertiti tantissimo e, allo stesso tempo, stavano praticando le scienze e la matematica – afferma Erin McDonald, direttrice di JRS Ruanda. L'esperimento è stato utile sotto vari punti di vista: i ragazzi hanno utilizzato delle tecnologie come Skype a cui non sono abituati, hanno usufruito di tecniche di apprendimento creative e hanno avuto modo di praticare l'inglese con un insegnante madrelingua".

Rinchiusi in un campo. "Nel mondo occidentale – prosegue McDonald – i ragazzi, già da giovanissimi, sono abituati a usare internet e il computer, a guardare video, andare in un negozio e acquistare libri, film o musica. La loro creatività è alimentata in infinti modi. Per i ragazzi di Kiziba, invece, tutto questo non esiste. Con le loro famiglie, vivono ‘rinchiusi' in un campo di rifugiati lontani da ogni stimolo proveniente dal mondo esterno, dal quale non possono uscire a causa delle perenni condizioni di guerra e insicurezza nei loro villaggi di origine".

In fuga dal Congo. Il campo di rifugiati di Kiziba ospita 18 mila rifugiati congolesi che sono fuggiti dall'allora Zaire nel 1996 a causa del conflitto che portò alla caduta del regime di Mobuto Sese Seko. Da quel momento, tuttavia, la Repubblica Democratica del Congo non ha ancora conosciuto la pace e la stabilità, a causa dei numerosi gruppi armati attivi soprattutto nei due Kivu. Il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati è attivo in Ruanda dal 1995 dove porta avanti, in due dei tre campi di rifugiati presenti nel piccolo paese dell'Africa dei Grandi laghi, progetti di istruzione formale e informale, assistenza agli individui più vulnerabili, servizi di accesso alle tecnologie e accompagnamento spirituale e pastorale.

La speranza di ripetere l'esperimento. L'idea di insegnare le scienze e la matematica agli studenti attraverso Skype e le nuove tecnologie fa parte di una collaborazione tra il JRS e il Challenger Learning Center della Wheeling Jesuit University.

"L'esperimento è andato molto bene e, in futuro, speriamo di avere le risorse economiche necessarie per poterlo ripetere, visto che una lezione del genere ha dei costi importanti. Per l'istruzione dei nostri studenti rifugiati sarebbe davvero una grande opportunità", dice ancora la direttrice di JRS Ruanda.

L'articolo è stato pubblicato il 10 diciembre 2011 su "La Repubblica"



  JRS DISPATCHES è inviato dall'Ufficio Internazionale del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, CP 6139, 00195 Roma Prati, Italia. Tel: +39-06 689.77.386; Fax: +39-06 688 06 418; Email: dispatches@jrs.net; JRS on-line: http://www.jrs.net; Editore: Peter Balleis SJ; Redattore: James Stapleton; Traduzioni: Carles Casals (spagnolo), Edith Castel (francese), Simonetta Russo (italiano).

[JRS Dispatches Italiano] N. 310
Editor: James Stapleton